Archivi della categoria: Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni

Dovrebbe accadere in maniera immediata, quasi automatica, l’avere uno sguardo vocazionale nel servizio pastorale dentro la comunità. La profonda consapevolezza della nostra figliolanza divina e della vocazione battesimale dovrebbe portarci sempre a guardare con attenzione la vita nostra e la vita dei fratelli e delle sorelle, non dimenticando che siamo tutti dei chiamati e che il Padre ha un sogno bello su ciascuna delle sue creature.

Il cammino quaresimale di questo anno A ha rimarcato ancora di più il percorso battesimale, donandoci l’opportunità di sostare, con i brani stupendi dei vangeli domenicali, sul cammino del discepolato e sulla realtà dell’amore di Dio per noi. Un amore grande che affascina, che provoca a una risposta, che interroga la vita. I tre discepoli, la Samaritana, il Cieco nato, Lazzaro, gente che si è fatta cambiare la vita dall’incontro con il Signore.

Nella pastorale ordinaria e quotidiana, a volte si può andare un po’ di fretta, come sembra fare il mondo che ci circonda, e corriamo il rischio di non prestare attenzione a tanti motivi vocazionali di cui è piena la Parola di Dio, la preghiera, la liturgia della Chiesa, la catechesi, l’agiografia e la vita quotidiana dei nostri fedeli.
Dedicare agli altri più tempo e tempo di qualità, riconoscere il primato dell’incontro, mettere al primo posto la persona e la sua storia, esercitarsi in un ascolto autentico che dice accoglienza: sono questi strumenti utili per poter vivere una pastorale vocazionale a 360° con un occhio illuminato dalla fede e attento nel riconoscere tanti bei segni di chiamata, nel vedere come Dio lavora e può lavorare.

Forse ancora troppo poco parliamo di vocazione e, se lo facciamo, ci limitiamo a qualche aspetto sulle vocazioni di speciale consacrazione, non riconoscendo, a partire dagli sposi, tanti altri ambiti di vita-chiamata che sono una grande ricchezza. Se guardassimo di più all’altro come a un mistero, un mistero di grazia e di amore; se ci ponessimo di più al servizio, contro la tentazione di essere maestri; se ci guardassimo con ammirazione e stupore, forse qualcosa cambierebbe, a partire da noi. Così l’aspetto vocazionale della vita, alla base della nostra esperienza cristiana, risalterebbe nella pastorale quotidiana e creerebbe un clima buono e fecondo dove alcune scelte belle e gioiose troverebbero il loro terreno fertile per piantare radici, crescere e portare frutto.

 

Don Angelo Vianello
Amministratore della CCS
Navicella-S. Michele di Sottomarina

Nel caos di notifiche, scadenze e aspettative sociali, c’è una domanda che spesso bussa alla porta del cuore di un giovane: «Cosa ne farò della mia vita?». Non è solo una questione di scegliere
l’università o il lavoro giusto; è una ricerca più profonda, che riguarda la propria identità e il senso ultimo dei nostri giorni.

Nel linguaggio cristiano, questa ricerca si chiama vocazione.
Contrariamente a quanto si pensa, la vocazione non è un telegramma che scende dal cielo con istruzioni precise. È, piuttosto, l’arte di ascoltare la propria vita e quei segni concreti che la
Provvidenza mette lungo il cammino di ciascuno. Dio non parla attraverso effetti speciali, ma attraverso i nostri desideri più autentici, i nostri talenti e persino i nostri limiti. Come suggerisce Andrea (seconda superiore), questo percorso è come una guida luminosa: «Per me il cammino dei gruppi vocazionali è come la luce che mi ha mandato Cristo per illuminare la giusta via e per guidarmi nel bene».

Il primo passo di ogni cammino vocazionale è il silenzio. In un mondo che urla, ritagliarsi uno spazio per stare con sé stessi e con la Parola di Dio permette di far emergere quella “voce sottile” che ci suggerisce chi siamo veramente. L’incontro con Cristo nella sua Parola, nei sacramenti e nella comunità apre alla possibilità di un cammino che, in semplicità, viene (per grazia) conquistato dalla presenza dell’amato.
Un cammino cristiano non si fa al buio. Abbiamo una lampada: il Vangelo. Leggere la vita di Gesù non serve a imparare una dottrina, ma a trovare uno specchio. Guardando Lui, scopriamo come si ama, come si serve e come si vive pienamente. Per Lysithea (seconda superiore), da anni nei gruppi vocazionali, è un’occasione per rallentare: «Per me, questo percorso è un modo per fermarmi e ritrovare davvero me stessa, cercando di capire, un passo alla volta, cosa Dio ha in mente per la mia vita e quale sia la strada che mi rende davvero felice».

Molti ragazzi temono che “seguire Dio” significhi rinunciare alla propria libertà. Al contrario, come scriveva la Rivista Vocazioni: «la vocazione è un atto di suprema libertà». Non è un destino rigido da subire, ma una proposta d’amore a cui rispondere con un “sì” che dà sapore a tutto il resto. Questa fioritura interiore è ben descritta da Christopher (quarta superiore): «Per me il cammino è come quando si vede un fiore che sboccia».
Per orientarsi in questa ricerca, sono fondamentali tre elementi. Primo, la concretezza: Dio ci chiama qui e ora, tra i banchi di scuola, in palestra o con gli amici. Secondo, la pazienza: non si decide la vita in un pomeriggio. Richiede tempo per maturare, sbagliare e rialzarsi. Terzo, la comunità: nessun navigatore solitario arriva lontano. Confrontarsi con un accompagnatore spirituale e con un gruppo di amici trasforma il dubbio in cammino. E proprio l’aspetto comunitario è ciò che sottolinea Elena (quarta superiore): «Per me, il cammino con i gruppi vocazionali è un punto fondamentale del cammino spirituale, l’esperienza di una compagnia con cui vivere l’amicizia con Gesù e la fede cristiana essendo sempre me stessa». Le fa eco Emanuele (seconda superiore), che vede in questo percorso l’opportunità di «crescere bene in un ambiente sano», mentre Ilaria (seconda media) conferma come questa esperienza l’aiuti quotidianamente a «crescere nella fede».

Quando sentiamo la parola “vocazione”, spesso pensiamo subito al sacerdozio o alla vita consacrata. In realtà, la vocazione è universale. È la chiamata alla felicità che può realizzarsi anche nel matrimonio, nel servizio laicale, nella missione o nella professione.
Racconta Chiara (quarta superiore): «Il cammino che sto percorrendo mi aiuta a dare una direzione e un significato profondo alle scelte che compio, trasformando la mia ricerca personale in un incontro vivo con Gesù».

 

Don Giovanni Vianello
Direttore dell’Ufficio diocesano per la
Pastorale Giovanile e Vocazionale

 

Il tema scelto per la 63^ Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni si mostra, tra gli altri, con il volto sorridente di padre Mario Borzaga (1932-1960). Missionario degli Oblati di Maria Immacolata, la sua vita ha testimoniato che la santità non è un traguardo per pochi eletti, ma una vocazione al dono totale di sé che, pur partendo dal sentirsi «forte e bello nell’anima», può attraversare – nella percezione del fallimento – la caduta rumorosa di ogni certezza.

«Per farsi santi ci vuole più coraggio che tempo»

Nato a Trento, padre Mario partì per il Laos – stato del sud-est asiatico tra la Thailandia e il Vietnam – ancora ventenne. Come sottolineato splendidamente all’interno della rubrica “La Porta Accanto” tenuta da Lodovica Maria Zanet per la Rivista Vocazioni, la sua non fu una scelta basata sull’eroismo, ma su un desiderio profondo e umanissimo: la vita missionaria come modo per “camminare” nel buio dei tanti che patiscono le tenebre perché Gesù vera Luce ancora non è stato annunciato. Un pensiero che, trascritto nel suo “Diario di un uomo felice”, non era assenza di fatiche o di paura (che lo assalivano continuamente), ma la consapevolezza crescente di essere uno strumento dell’amore di Dio nel quotidiano, tra i poveri e gli ammalati della foresta laotiana: «Non c’è più d’aver paura, o da lamentarsi: Dio mi ha messo qui e ci sto».

«I martiri sono quelli che nella via della santità hanno bruciato le tappe»

Il 25 aprile 1960, padre Mario partì verso alcuni villaggi del Nord del Laos ma non fece più ritorno. Insieme a un giovane catechista laotiano, che aveva scelto di rimanere insieme a lui nel sacrificio supremo, fu ucciso da un gruppo di guerriglieri. Le testimonianze raccolte raccontano di un uomo che affrontò la morte con la stessa serietà e umanità con le quali aveva vissuto. Come il giorno in cui doveva entrare in Seminario ed era rimasto da solo ma non aveva pianto.

Il filo d’Amore di Dio

La testimonianza di padre Mario Borzaga ci parla, oggi, con forza: ci ricorda che la santità si gioca nel quotidiano, sulla fedeltà ai propri impegni e sulla capacità di trasformare ogni luogo in una “strada verso Dio”. Un “aspirare alla santità” che, nonostante «una paura maledetta», possa incarnarsi nel continuare a tenersi saldi a quel filo d’Amore di Dio che in fondo al cuore è impossibile che si spezzi.

 

Daniele Boscarato
Membro del Centro Diocesano Vocazioni