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Dovrebbe accadere in maniera immediata, quasi automatica, l’avere uno sguardo vocazionale nel servizio pastorale dentro la comunità. La profonda consapevolezza della nostra figliolanza divina e della vocazione battesimale dovrebbe portarci sempre a guardare con attenzione la vita nostra e la vita dei fratelli e delle sorelle, non dimenticando che siamo tutti dei chiamati e che il Padre ha un sogno bello su ciascuna delle sue creature.

Il cammino quaresimale di questo anno A ha rimarcato ancora di più il percorso battesimale, donandoci l’opportunità di sostare, con i brani stupendi dei vangeli domenicali, sul cammino del discepolato e sulla realtà dell’amore di Dio per noi. Un amore grande che affascina, che provoca a una risposta, che interroga la vita. I tre discepoli, la Samaritana, il Cieco nato, Lazzaro, gente che si è fatta cambiare la vita dall’incontro con il Signore.

Nella pastorale ordinaria e quotidiana, a volte si può andare un po’ di fretta, come sembra fare il mondo che ci circonda, e corriamo il rischio di non prestare attenzione a tanti motivi vocazionali di cui è piena la Parola di Dio, la preghiera, la liturgia della Chiesa, la catechesi, l’agiografia e la vita quotidiana dei nostri fedeli.
Dedicare agli altri più tempo e tempo di qualità, riconoscere il primato dell’incontro, mettere al primo posto la persona e la sua storia, esercitarsi in un ascolto autentico che dice accoglienza: sono questi strumenti utili per poter vivere una pastorale vocazionale a 360° con un occhio illuminato dalla fede e attento nel riconoscere tanti bei segni di chiamata, nel vedere come Dio lavora e può lavorare.

Forse ancora troppo poco parliamo di vocazione e, se lo facciamo, ci limitiamo a qualche aspetto sulle vocazioni di speciale consacrazione, non riconoscendo, a partire dagli sposi, tanti altri ambiti di vita-chiamata che sono una grande ricchezza. Se guardassimo di più all’altro come a un mistero, un mistero di grazia e di amore; se ci ponessimo di più al servizio, contro la tentazione di essere maestri; se ci guardassimo con ammirazione e stupore, forse qualcosa cambierebbe, a partire da noi. Così l’aspetto vocazionale della vita, alla base della nostra esperienza cristiana, risalterebbe nella pastorale quotidiana e creerebbe un clima buono e fecondo dove alcune scelte belle e gioiose troverebbero il loro terreno fertile per piantare radici, crescere e portare frutto.

 

Don Angelo Vianello
Amministratore della CCS
Navicella-S. Michele di Sottomarina

Nel caos di notifiche, scadenze e aspettative sociali, c’è una domanda che spesso bussa alla porta del cuore di un giovane: «Cosa ne farò della mia vita?». Non è solo una questione di scegliere
l’università o il lavoro giusto; è una ricerca più profonda, che riguarda la propria identità e il senso ultimo dei nostri giorni.

Nel linguaggio cristiano, questa ricerca si chiama vocazione.
Contrariamente a quanto si pensa, la vocazione non è un telegramma che scende dal cielo con istruzioni precise. È, piuttosto, l’arte di ascoltare la propria vita e quei segni concreti che la
Provvidenza mette lungo il cammino di ciascuno. Dio non parla attraverso effetti speciali, ma attraverso i nostri desideri più autentici, i nostri talenti e persino i nostri limiti. Come suggerisce Andrea (seconda superiore), questo percorso è come una guida luminosa: «Per me il cammino dei gruppi vocazionali è come la luce che mi ha mandato Cristo per illuminare la giusta via e per guidarmi nel bene».

Il primo passo di ogni cammino vocazionale è il silenzio. In un mondo che urla, ritagliarsi uno spazio per stare con sé stessi e con la Parola di Dio permette di far emergere quella “voce sottile” che ci suggerisce chi siamo veramente. L’incontro con Cristo nella sua Parola, nei sacramenti e nella comunità apre alla possibilità di un cammino che, in semplicità, viene (per grazia) conquistato dalla presenza dell’amato.
Un cammino cristiano non si fa al buio. Abbiamo una lampada: il Vangelo. Leggere la vita di Gesù non serve a imparare una dottrina, ma a trovare uno specchio. Guardando Lui, scopriamo come si ama, come si serve e come si vive pienamente. Per Lysithea (seconda superiore), da anni nei gruppi vocazionali, è un’occasione per rallentare: «Per me, questo percorso è un modo per fermarmi e ritrovare davvero me stessa, cercando di capire, un passo alla volta, cosa Dio ha in mente per la mia vita e quale sia la strada che mi rende davvero felice».

Molti ragazzi temono che “seguire Dio” significhi rinunciare alla propria libertà. Al contrario, come scriveva la Rivista Vocazioni: «la vocazione è un atto di suprema libertà». Non è un destino rigido da subire, ma una proposta d’amore a cui rispondere con un “sì” che dà sapore a tutto il resto. Questa fioritura interiore è ben descritta da Christopher (quarta superiore): «Per me il cammino è come quando si vede un fiore che sboccia».
Per orientarsi in questa ricerca, sono fondamentali tre elementi. Primo, la concretezza: Dio ci chiama qui e ora, tra i banchi di scuola, in palestra o con gli amici. Secondo, la pazienza: non si decide la vita in un pomeriggio. Richiede tempo per maturare, sbagliare e rialzarsi. Terzo, la comunità: nessun navigatore solitario arriva lontano. Confrontarsi con un accompagnatore spirituale e con un gruppo di amici trasforma il dubbio in cammino. E proprio l’aspetto comunitario è ciò che sottolinea Elena (quarta superiore): «Per me, il cammino con i gruppi vocazionali è un punto fondamentale del cammino spirituale, l’esperienza di una compagnia con cui vivere l’amicizia con Gesù e la fede cristiana essendo sempre me stessa». Le fa eco Emanuele (seconda superiore), che vede in questo percorso l’opportunità di «crescere bene in un ambiente sano», mentre Ilaria (seconda media) conferma come questa esperienza l’aiuti quotidianamente a «crescere nella fede».

Quando sentiamo la parola “vocazione”, spesso pensiamo subito al sacerdozio o alla vita consacrata. In realtà, la vocazione è universale. È la chiamata alla felicità che può realizzarsi anche nel matrimonio, nel servizio laicale, nella missione o nella professione.
Racconta Chiara (quarta superiore): «Il cammino che sto percorrendo mi aiuta a dare una direzione e un significato profondo alle scelte che compio, trasformando la mia ricerca personale in un incontro vivo con Gesù».

 

Don Giovanni Vianello
Direttore dell’Ufficio diocesano per la
Pastorale Giovanile e Vocazionale

 

Il tema scelto per la 63^ Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni si mostra, tra gli altri, con il volto sorridente di padre Mario Borzaga (1932-1960). Missionario degli Oblati di Maria Immacolata, la sua vita ha testimoniato che la santità non è un traguardo per pochi eletti, ma una vocazione al dono totale di sé che, pur partendo dal sentirsi «forte e bello nell’anima», può attraversare – nella percezione del fallimento – la caduta rumorosa di ogni certezza.

«Per farsi santi ci vuole più coraggio che tempo»

Nato a Trento, padre Mario partì per il Laos – stato del sud-est asiatico tra la Thailandia e il Vietnam – ancora ventenne. Come sottolineato splendidamente all’interno della rubrica “La Porta Accanto” tenuta da Lodovica Maria Zanet per la Rivista Vocazioni, la sua non fu una scelta basata sull’eroismo, ma su un desiderio profondo e umanissimo: la vita missionaria come modo per “camminare” nel buio dei tanti che patiscono le tenebre perché Gesù vera Luce ancora non è stato annunciato. Un pensiero che, trascritto nel suo “Diario di un uomo felice”, non era assenza di fatiche o di paura (che lo assalivano continuamente), ma la consapevolezza crescente di essere uno strumento dell’amore di Dio nel quotidiano, tra i poveri e gli ammalati della foresta laotiana: «Non c’è più d’aver paura, o da lamentarsi: Dio mi ha messo qui e ci sto».

«I martiri sono quelli che nella via della santità hanno bruciato le tappe»

Il 25 aprile 1960, padre Mario partì verso alcuni villaggi del Nord del Laos ma non fece più ritorno. Insieme a un giovane catechista laotiano, che aveva scelto di rimanere insieme a lui nel sacrificio supremo, fu ucciso da un gruppo di guerriglieri. Le testimonianze raccolte raccontano di un uomo che affrontò la morte con la stessa serietà e umanità con le quali aveva vissuto. Come il giorno in cui doveva entrare in Seminario ed era rimasto da solo ma non aveva pianto.

Il filo d’Amore di Dio

La testimonianza di padre Mario Borzaga ci parla, oggi, con forza: ci ricorda che la santità si gioca nel quotidiano, sulla fedeltà ai propri impegni e sulla capacità di trasformare ogni luogo in una “strada verso Dio”. Un “aspirare alla santità” che, nonostante «una paura maledetta», possa incarnarsi nel continuare a tenersi saldi a quel filo d’Amore di Dio che in fondo al cuore è impossibile che si spezzi.

 

Daniele Boscarato
Membro del Centro Diocesano Vocazioni

Il cammino annuale della pastorale vocazionale diocesana si avvicina a una delle sue tappe più significative: la veglia di preghiera in occasione della 63^ Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, che verrà celebrata domenica 26 aprile 2026.
Il tema scelto per quest’anno, “Aspirate alla santità, ovunque siate”, riprende l’invito rivolto da papa Leone XIV ai giovani riuniti a Tor Vergata nell’agosto del 2025, un invito a coltivare l’amicizia con Gesù, a prendersi cura di una relazione capace di diffondere la bellezza di una sola vita come luce per l’umanità intera.

«È il Pastore che affascina: chi lo guarda scopre che la vita è davvero bella se lo si segue.»

Sono ancora le parole di papa Leone a tracciare i contorni di un’aspirazione che passa attraverso l’ispirazione. Parole, contenute in questo caso proprio all’interno del messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera del 26 aprile, che si inseriscono nei confini di una relazione che non può non nutrirsi di ascolto, di dialogo, di tempo, di fiducia.
«Per conoscere questa bellezza non bastano gli occhi del corpo o criteri estetici: occorrono contemplazione e interiorità. Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il suo sguardo può dire con fiducia: “Mi fido, con Lui la vita può essere davvero bella, voglio percorrere la via di questa bellezza”. E la cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta “belli”: la sua bellezza ci trasfigura.»
La veglia diocesana di preghiera per le vocazioni si pone allora come un tempo e uno spazio specifici per mettere a tema la propria vocazione – al ministero ordinato, alla vita consacrata, al matrimonio – e per continuare a coltivare (oppure per rinsaldare o per ricomporre) la relazione con quel Pastore che viene definito letteralmente «bello» nel Vangelo di Giovanni.

Ascolto, preghiera, comunione

La veglia, che si vivrà nella serata di martedì 21 aprile 2026, alle ore 21:00, presso la Chiesa parrocchiale del “Buon Pastore” di Sottomarina (VE), sarà presieduta dal vescovo di Chioggia, Mons. Giampaolo Dianin, e, nell’occasione, il seminarista Daniele Mozzato riceverà il Ministero dell’Accolitato, un ulteriore passo del suo cammino verso il sacerdozio.
In un tempo che ci sfida enormemente a essere testimoni di pace e di speranza, la comunità diocesana si ritrova – nell’ascolto della Parola e nella preghiera – per sussurrare la bellezza di una vita donata per il Signore, aspirando con umiltà e con gioia a quella santità che è la misura autentica della vita cristiana.

 

Daniele Boscarato
Membro del Centro Diocesano Vocazioni

Locandina Veglia Diocesana Vocazioni 2026

Dal 15 al 22 marzo 2026, divisi in gruppetti, noi seminaristi abbiamo partecipato alle iniziative e agli incontri della Settimana di Animazione Vocazionale promossa dal Centro Diocesano Vocazioni della Diocesi di Chioggia e svoltasi presso la Comunità Cristiana Sinodale di Cavarzere Centro.

In particolare, siamo stati presenti alla lectio biblica dei lunedì di Quaresima, con una meditazione sul brano del Vangelo della risurrezione di Lazzaro. Martedì sera, invece, alcuni di noi hanno guidato un momento di gioco-testimonianza-catechesi per i genitori delle ragazze e dei ragazzi che si stanno preparando ai sacramenti della Confermazione e dell’Eucaristia, mentre mercoledì 18 abbiamo partecipato all’incontro diocesano di formazione per gli animatori delle attività estive con un’attualizzazione della figura di San Giuseppe come educatore.
Giovedì 19, dopo il servizio alla Messa per la festa patronale presso la Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe, presieduta dal vescovo di Chioggia, Mons. Giampaolo Dianin, abbiamo condiviso la cena di festa con la comunità. Sabato 21, abbiamo portato la nostra testimonianza di vita e di chiamata cristiane ai bambini e ai ragazzi dei diversi gruppi dell’Iniziazione Cristiana e, alla sera, don Aldo Martin (rettore del “Seminario Insieme”) ha presieduto la Messa, ringraziando sia il parroco don Matteo Scarpa che la comunità tutta per la disponibilità e l’accoglienza.
La settimana si è conclusa, infine, domenica 22 con la testimonianza di Daniele Mozzato (originario proprio di Cavarzere, frazione di Villaggio Busonera) alla Messa delle ore 10 presso il duomo di San Mauro.

Per noi seminaristi del “Seminario Insieme” è stata la prima esperienza comune di animazione vocazionale: un’esperienza che ci ha permesso di metterci in gioco in modo agile e diretto e di comprendere come l’essere Chiesa in uscita sia fondamentale anche in una realtà che coinvolge più diocesi, come è la nostra.
La settimana vissuta, che per la Comunità Cristiana Sinodale di Cavarzere Centro è stata un’esperienza nuova, ha trovato il suo culmine nella festa di San Giuseppe e ha visto coinvolgersi tante persone di diverse età, dai più piccoli arrivando alle famiglie e agli adulti, vedendo così l’impegno di tante persone della comunità. Un cammino che ha coinvolto tutti, animati dal desiderio di continuare a crescere nella fede come discepoli e di lasciarsi interrogare dalla testimonianza dei giovani seminaristi.

È stata un’esperienza di incontro autentico: da una parte con i giovani che hanno scelto di donare la propria vita al Signore e ai fratelli, dall’altra con una comunità che ha riscoperto il senso di proseguire, attraverso momenti di dialogo, confronto e ascolto, sia comunitario che personale, per una crescita condivisa.
Il vicario foraneo di Cavarzere e parroco di San Giuseppe ha espresso un sentito grazie ai seminaristi del “Seminario Insieme” e al Centro Diocesano Vocazioni di Chioggia per il prezioso servizio offerto durante questa settimana e a tutti coloro che hanno partecipato con entusiasmo ai vari momenti, contribuendo a rendere ancora più significativa anche la festa del patrono San Giuseppe. Ha anche messo in risalto una frase essenziale lasciata dai seminaristi al termine della serata fraterna di giovedì: un semplice ma sincero “grazie per l’accoglienza”, accompagnato dal desiderio di ritornare anche il prossimo anno. Un segno concreto della bellezza dell’esperienza vissuta e dei legami di amicizia che in questa settimana sono nati e cresciuti.

 

Daniele Mozzato, seminarista
Scarpa don Matteo, vicario foraneo di Cavarzere e parroco di San Giuseppe

PGV Sito, Collage Articolo 'In uscita, per vocazione...'

L’esperienza del campo vocazionale a Limone sul Garda è stata intensa e umanamente coinvolgente. Sono stati giorni di scoperta della vocazione, vissuta non semplicemente come una scelta da compiere, ma come il riconoscimento di una chiamata che nasce da un incontro: Lui che irrompe nella vita e la cambia.

Il punto di partenza è stato l’esempio di San Daniele Comboni, testimone di una vita totalmente spesa per Cristo e per l’uomo. In lui, le ragazze e i ragazzi hanno potuto toccare con mano cosa significhi seguire una presenza che rende l’esistenza compiuta. Ogni gesto, ogni passo della sua vita missionaria è apparso come risposta a un’appartenenza più grande, a un disegno che prende forma nella realtà concreta.
Immersi nella bellezza della natura – che si è rivelata segno tangibile del Mistero – sono stati provocati a interrogarsi sul significato della propria vita come dono ricevuto e hanno intuito che Dio ha un disegno per ciascuno, che si manifesta nella realtà, nei volti e nelle circostanze, se vissute con uno sguardo attento e aperto.

Le testimonianze ascoltate durante il campo sono diventate per tutti un’occasione di verifica personale: la vita, in tutte le sue sfumature, si è svelata come luogo dove Dio si fa presente, e dove il cuore dell’uomo si risveglia alla gratitudine. Molti tra i giovanissimi partecipanti, infatti, hanno parlato di una pace nuova, di una riconciliazione profonda con la realtà, di un’unità ritrovata dentro la frammentarietà quotidiana. Tutto – la natura, l’amicizia, la condivisione – è stato percepito come segno di una Presenza che dà voce al desiderio più autentico del cuore.

Uno degli aspetti più significativi dell’esperienza è stato il rapporto con gli altri, il senso di comunione che si è generato tra le persone presenti: la vocazione non è un percorso individuale, ma si scopre in chi vive con serietà la stessa domanda e lo stesso cammino. Questa unità vissuta ha aperto uno sguardo nuovo sul futuro: più fiducioso, più libero, più pieno di speranza.

Alla fine del campo, le ragazze e i ragazzi sono tornati a casa cambiati: più consapevoli di sé, più desiderosi di vivere con autenticità ogni istante, più certi che ogni frammento di vita quotidiana può essere segno e occasione di un incontro con Cristo. La vocazione, così, non è un peso o un compito da risolvere, ma una strada di libertà, una risposta alla chiamata di Dio che continua a provocare il cuore dell’uomo.

 

Irene Veronese
Membro del Centro Diocesano Vocazioni

Campo Vocazionale 20251

“Se avessi mille vite, le donerei tutte”.
Questo il titolo tratto da una frase di San Daniele Comboni per il Campo Vocazionale 2025, che si è svolto a Limone sul Garda (BS) dal 20 al 23 agosto e che ha visto coinvolti ventidue tra ragazze e ragazzi della scuola secondaria di primo e di secondo grado.

Il tema centrale della proposta è stato quello della missione e del dono di sé, un filo conduttore che ha guidato i partecipanti per quattro giorni.
Accompagnati da don Giovanni Vianello (delegato diocesano per la Pastorale Giovanile e Vocazionale), don Matteo Scarpa, don Simone Doria e da sei educatori del Centro Diocesano Vocazioni, il gruppo ha iniziato l’esperienza a Verona, facendo tappa al Museo Africano, dove tutti si sono immersi nel mondo, il continente africano, a cui San Daniele ha dedicato la propria vita.
Ad accoglierli, per primo, Roberto Valussi, Digital Content Creator per la rivista missionaria ‘Nigrizia’, che ha affrontato il tema dell’informazione legato all’Africa per abbattere stereotipi e false notizie; successivamente, tutti i partecipanti, a coppie, hanno avuto l’opportunità di mettersi alla prova con un gioco della tradizione africana, noto con moltissimi nomi, tra i quali ‘wari’ e ‘awélé’.
Nella seconda parte della giornata, una volta arrivati a Limone sul Garda, presso la struttura gestita dai missionari comboniani, si è tenuta la Messa di apertura dell’esperienza, nel corso della quale don Giovanni ha incoraggiato tutti a coltivare uno “sguardo attento”, capace di scorgere la bellezza nei giorni di fraternità, invitando a trovare momenti di silenzio interiore, in sintonia con la tranquillità del luogo.

Il secondo giorno, il gruppo ha avuto modo di conoscere più approfonditamente la figura di San Daniele Comboni, guidati da padre Donato, missionario comboniano che ha vissuto per trent’anni in Togo. In tarda mattinata, poi, si è unito anche il vescovo Giampaolo, accompagnato da due signore che, nelle occasioni dei campi precedenti, si erano dedicate al servizio della cucina.
Dopo aver celebrato la Messa insieme, tutto il gruppo ha ascoltato le testimonianze di suor Pompea e di fratello Antonio, entrambi missionari comboniani. Nonostante le difficoltà affrontate rispettivamente in America Latina e in Africa (in particolare, in Congo), i due hanno trasmesso la gioia profonda della loro vocazione, sottolineando come la presenza di Dio non li abbia mai abbandonati. E, a seguito delle testimonianze e della condivisione insieme, il vescovo ha lasciato al gruppo tre spunti di riflessione e di lavoro: il primo, coltivare l’originalità di ciascuno (originalità come altro nome della vocazione); il secondo, scoprire la bellezza della presenza di Dio, una presenza sempre discreta; il terzo, scoprire la missione anche tra i giovani, riassumendo con la frase: “Salvare i giovani con i giovani“.

Il terzo giorno si è aperto con una proposta di celebrazione penitenziale, un momento di riflessione per poter ringraziare e chiedere perdono. A seguire, c’è stata la visita alla chiesa parrocchiale di San Benedetto, dove si trovano il fonte battesimale di San Daniele Comboni e alcune reliquie del santo, e, nel pomeriggio, la visita al Castello Scaligero di Malcesine.

L’esperienza si è conclusa, il quarto giorno, con un tempo di condivisione e la Messa. I partecipanti, nel corso di entrambi i momenti, hanno espresso la loro gratitudine per i giorni trascorsi insieme, per le testimonianze ricevute e per aver riscoperto l’importanza di fermarsi per apprezzare ciò che si ha, riscoprendo ancora una volta come la stessa vita non possa che essere riconosciuta come un dono.

Il campo vocazionale è stato un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza, un’esperienza che continua ad accompagnare i giovani nella scoperta della loro vocazione alla vita e della presenza di Cristo.

 

Giulia Alfiero
Membro del Centro Diocesano Vocazioni

La parola del lungo giorno di Tor Vergata – ma, più in generale, dell’intera esperienza del Giubileo dei Giovani – è ‘scelta‘.

Perché, come descritto magnificamente da Papa Leone XIV nella prima parte della veglia di preghiera di sabato 2 agosto, “La scelta è un atto umano fondamentale. Osservandolo con attenzione, capiamo che non si tratta solo di scegliere qualcosa, ma di scegliere qualcuno. Quando scegliamo, in senso forte, decidiamo chi vogliamo diventare. La scelta per eccellenza, infatti, è la decisione per la nostra vita: quale uomo vuoi essere? Quale donna vuoi essere?“.

La scelta di un percorso di studi, la scelta di impegnarsi in una relazione, la scelta di un lavoro. Ma anche la scelta di prendersi un tempo per sé, un tempo in qualche modo diverso, come il tempo trascorso durante l’esperienza del Giubileo. Un tempo, cioè, che possa aiutare, con speranza, a mettere a tema la propria vita, a fermarsi ma per ripartire con maggiore consapevolezza, a ritrovare un senso che spesso, nella quotidianità, sembra essere offuscato o addirittura svanire.

Dopotutto, “scegliere significa anche rinunciare ad altro, e questo a volte ci blocca“.  E allora “Per essere liberi” – ha proseguito Papa Leone – “occorre partire dal fondamento stabile, dalla roccia che sostiene i nostri passi. Questa roccia è un amore che ci precede, ci sorprende e ci supera infinitamente: è l’amore di Dio. Perciò davanti a Lui la scelta diventa un giudizio che non toglie alcun bene, ma porta sempre al meglio.
Ogni scelta, infatti, grande o piccola che sia, è un passo, un movimento nella propria vita. Scegliere è imboccare una direzione, è (anche) sbagliare, è ricordare. Scegliere è il coraggio di lasciarsi alle spalle qualcosa, non fingendo che non sia mai esistito, che non sia mai stato. Ma, al contrario, onorandone la memoria, educandosi a rielaborare, a rivivere, a ripensare, riconoscendo come le esperienze vissute, le scelte (e, di conseguenza, le rinunce) compiute corrispondano alla strada percorsa, senza la quale non potremmo trovarci alla tappa del cammino della vita di quel dono straordinario e misterioso che si chiama presente.

E allora non possono che risuonare, fortissime, alcune delle parole dell’omelia di Papa Leone alla S. Messa vissuta nella mattinata di domenica 3 agosto, il grande momento conclusivo dell’esperienza: “Noi pure, cari amici, siamo fatti così: siamo fatti per questo. Non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore. E così aspiriamo continuamente a un “di più” che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. Di fronte ad essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto! Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima (cfr Ap 3,20). Ed è bello, anche a vent’anni, spalancargli il cuore, permettergli di entrare, per poi avventurarci con Lui verso gli spazi eterni dell’infinito.“.

 

Daniele Boscarato
Membro del Centro Diocesano Vocazioni

Collage Articolo 'Aspirate a cose grandi...'

L’esperienza del Giubileo dei Giovani è stata una settimana ricca. Ricca di parole, di meraviglia, di fede, di vita. E ogni giorno ha donato l’opportunità di compiere una tappa del cammino, lasciando che una parola in particolare si aprisse come un seme pronto a far nascere una nuova vita.

La parola del primo giorno, lunedì 28 luglio, il giorno della partenza per Roma, è stata ‘scoperta‘.
La scoperta di una lunga strada da percorrere, di un luogo da abitare, di un’avventura da iniziare. Ma, molto di più, la scoperta degli sguardi e delle voci dei compagni di viaggio. Di chi avrebbe condiviso lo stesso cammino…
Una scoperta, però, richiede attenzione, disponibilità ad ascoltare, a osservare. Richiede la capacità di mettersi in discussione, di non bastarsi. E, allo stesso tempo, la capacità di riconoscere come dentro ciascuno di noi si nasconda un sogno straordinario, che, primo fra tutti, conosce Chi quella vita l’ha desiderata.
Quale granello Dio avrà piantato nel mio cuore alla fine di questa settimana?‘. Una domanda, questa, che è nata nel primo vero momento condiviso da parte del gruppo: la Messa di avvio dell’esperienza, celebrata presso la Comunità Missionaria di Villaregia di Roma.
Si era compiuto un primo passo. Ora non restava altro che continuare a camminare…

La parola del secondo giorno, dedicato all’attraversamento della Porta Santa della Basilica di San Pietro e alla S. Messa di benvenuto da parte della Chiesa di Roma, è stata ‘grandezza‘.
La grandezza di Roma, “una città da contemplare” e dalle proporzioni molto diverse da quelle a cui noi – pellegrini di Chioggia – siamo abituati. La grandezza di un abbraccio, proprio quello della meravigliosa Basilica di San Pietro, che da secoli è simbolo di una Chiesa dalle braccia protese verso chi, pellegrino, si mette in cammino. Ed è soprattutto la grandezza del perdono di Dio. Un perdono che in nessun modo deve essere meritato, un perdono che scalda, che avvolge, che si spalanca per essere donato.
La grandezza di un tempo per te e per Dio. Per noi e Dio. Un tempo di speranza: “La fede è un incontro. La fede è una scelta di libertà“.

Ancora, la parola del terzo giorno, con la partecipazione a due dei momenti della proposta “12 Parole per dire Speranza”, è stata ‘condivisione‘.
Perché la condivisione crea una connessione, costruisce una relazione. E, prima ancora, ogni condivisione parte dalla presa di coscienza che, oltre all’io, oltre alle proprie esigenze, oltre a quelle che vengono percepite come piccole o grandi necessità, si venga chiamati alla scoperta autentica di sé stessi ma anche di un altro (o, ancor di più, dell’Altro).
La condivisione, in fin dei conti, è una breccia che si apre alla fiducia, alla fede, e alla consapevolezza delle proprie fragilità. Ed è proprio lì, in quella “riva”, che Gesù aspetta, pronto a metterci alla prova, pronto a moltiplicare – “se siamo disposti a mettere i piedi fuori dalla barca” – la nostra piccolezza in uno splendido miracolo.

La parola del quarto giorno, con la straordinaria proposta di confessio fidei “Tu sei Pietro” rivolta ai giovani italiani, è stata ‘Chiesa’.
Una Chiesa semplice, imperfetta, profondamente umana. Ma una Chiesa che è amata. Di un amore donato che vince tutto, anche le guerre più atroci e le ingiustizie più amare. Perché Chiesa è essere in comunione, è essere comunità. Una comunità che, grande o piccola che sia, può essere sé stessa solamente quando pensa per l’altra nell’Altro.
Ognuno di noi, infatti, proprio come l’apostolo Pietro, è una pietra, una pietra che è viva. E, come ogni pietra, non possiamo arrenderci all’idea di rimanere soli… Solamente una accanto all’altra, una unita all’altra, è possibile costruire qualcosa di grande, che può vincere tutto, anche la morte.

Infine, un’ultima parola prima dei momenti conclusivi di Tor Vergata. La parola del quinto giorno: ‘servizio‘.
Perché “siamo [veramente] noi stessi quando ci pensiamo per gli altri“. Un servizio come quello offerto dai tantissimi volontari e operatori per il Giubileo, anche nella lunga giornata penitenziale presso il Circo Massimo.
Come può andare qui se non meravigliosamente bene quando un fiume del giovane popolo di Dio decide di vivere la confessione?
Queste le parole di una di loro, lì per indirizzare, supportare e consigliare i giovani pellegrini arrivati a Roma. E come non essere d’accordo con lei? Come non meravigliarsi di fronte a una scelta, più o meno accompagnata e sostenuta, di chiedere perdono, di riconoscere le proprie mancanze, le proprie fragilità, ciò che più stride dentro di sé nella quotidianità?
Un fiume calmo, eppure fremente. La pace che solo la certezza di essere amati, nonostante tutto, per chi si è veramente, per tutto ciò che fa parte di sé, può regalare…
Un cammino di servizio che è stato anche quello di Agnese Sassetto, giovane dell’Oratorio Salesiano di Chioggia. Un’esperienza, la sua, iniziata con discrezione e che l’ha chiamata – unica italiana in un gruppo di dieci giovani che condividono l’alloggio – a dedicarsi completamente a chi diventava improvvisamente prossimo per lei. Prima con la consegna dei pasti e dell’acqua, poi nell’aiutare e indirizzare i pellegrini che attendevano di poter attraversare la Porta Santa della Basilica di San Paolo Fuori le Mura.
In “un mondo” – riprendendo ancora una volta le parole del Cardinale Matteo Zuppi ai giovani in Piazza San Pietro – “che accetta di nuovo come normale pensarsi l’uno contro l’altro o l’uno senza l’altro“, mettersi a servizio dell’altro, riconoscendo in lei o in lui il volto di Dio, diventa quindi un gesto del tutto rivoluzionario.

 

Daniele Boscarato
Membro del Centro Diocesano Vocazioni

Collage Diario di Bordo per Pellegrini di Speranza

Sabato 28 giugno 2025, i Gruppi Vocazionali “Il Mandorlo” e “Il Sicomoro” hanno vissuto una giornata intensa e piena di significato, insieme ai loro genitori, nella città di Modena. Un’uscita che si è rivelata molto più di una semplice gita: è stata un’esperienza di compagnia vera, un segno concreto di come la fede possa diventare forma della vita.

L’incontro tra ragazzi, genitori e accompagnatori ha creato una familiarità sorprendente: in un clima di semplicità e gioia, si è respirato il gusto dello stare insieme, il desiderio di condividere il cammino e la domanda profonda che ciascuno porta nel cuore. Attraverso le bellezze del centro storico di Modena, la visita al Duomo e i momenti di sosta, si è fatta strada in noi una percezione più chiara: la fede non è un discorso da capire, ma un avvenimento da riconoscere nella realtà.

Ciò che abbiamo vissuto è stato un’occasione per educare lo sguardo: guardare tutto – la città, la storia, gli incontri, persino il pranzo condiviso – come segno, come richiamo alla presenza del Mistero che si fa compagno nel cammino. In questo senso, la giornata è stata un’esperienza di memoria: memoria di ciò che ci ha presi, che ci ha messi insieme, e che rende ogni istante un’opportunità per crescere nella nostra vocazione.
I momenti di dialogo con i genitori e i ragazzi, la bellezza delle relazioni, nate o approfondite, e la possibilità di raccontarsi liberamente, hanno fatto emergere il bisogno comune di una compagnia stabile, che sostenga il cammino di ognuno nella scoperta del disegno di Dio sulla propria vita.

Abbiamo toccato con mano che seguire Cristo, oggi, significa appartenere a una compagnia umana in cui la fede diventa esperienza. E, tornando a casa, ci siamo portati via una certezza semplice ma fondamentale: ciò che ci è accaduto non è solo passato ma si fa sempre nuovo e inizia adesso.

Irene Veronese
Membro del Centro Diocesano Vocazioni

Immagine Articolo 'Uniti nella Fede'